Chernobyl, gli effetti collaterali e la biodiversità

Il 26 aprile del 1986 mancava appena un mese per compiere diciassette anni quando i  telegiornali diedero la notizia della terribile esplosione del reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl, una cittadina dell’URSS ovvero Unione Sovietica, come si chiamava in quel tempo lo Stato russo. In realtà la centrale prende il nome dalla città, ma ne dista 18km circa, mentre il centro abitato più vicino è Prypjat, nata nel 1970 quando fu costruito l’enorme stabilimento per dare alloggio a coloro che andavano a lavorarci ed alle loro famiglie!

Chernobyl, in Russia, mi sembrava lontanissima e quell’esplosione funesta e gli orrori che ne derivarono, parevano appartenere solo agli abitanti di quel territorio così distante.  Un’illusione ingenua la mia, ma anche di molti altri! Ben presto una nube  carica di sostanze  radioattive come plutonio, iodio e cesio, iniziò a muoversi in direzione dell’Europa, arrivando a toccare i cieli dei Paesi settentrionali come Svezia e Norvegia e, ben presto, anche Germania ed Italia. Erano trascorsi alcuni mesi dall’esplosione del reattore, ma eravamo assolutamente impreparati a gestire le conseguenze e, dunque, spaventati.

Ciò che si temeva maggiormente era che le sostanze radioattive presenti nell’aria si andassero a depositare nei terreni e di conseguenza in tutto quello che veniva coltivato. Per mesi  vi furono numerosi dibattiti televisivi sulla questione  ed il timore mediatico ingigantiva le paure di ciascuno di noi. Nella mia famiglia negli ultimi due anni erano nati degli splendidi bimbi, figli dei miei fratelli maggiori. La preoccupazione maggiore era rivolta ai due piccoli che abitavano in Veneto, regione di Italia in cui la nube tossica è stata presente, mentre il terzo viveva in Sicilia, dove parrebbe che gli effetti radioattivi non siano stati registrati.

Oggi si torna a parlare di Chernobyl ed anche di frequente. Negli anni successivi alla catastrofe gli effetti mediatici scomparirono quasi completamente ed ogni tanto si riparlava del disastro quando alcuni bambini ucraini o bielorussi, nati e cresciuti nelle aree limitrofe alla centrale nucleare, venivano accolti da famiglie italiane per trascorrere periodi di vacanza da quei territori “appestati” di scorie e sostanze radioattive, una sorta di vacanza del benessere!  Esiste ancora una zona interdetta all’uomo, mentre altre aree sono visitabili per un numero circoscritto di ore e con un apposito permesso, rispondendo all’esigenza di un turismo  macabro che però apporta qualche introito all’economia locale. L’attenzione di questi ultimi tempi ultimi tempi, oltre che dovuta al successo di una serie televisiva trasmessa da un canale privato, è probabilmente da attribuire alle scoperte a cui sono giunti alcuni ricercatori dell’Università della Georgia ad Athens, negli Stati Uniti, i quali  hanno riscontrato la presenza  di  una biodiversità  anche dove non ci si aspetterebbe che ci fosse:  una fauna selvatica abbondante, con specie non previste su quei luoghi, cioè non autoctone. Tutto questo nella cosiddetta  zona di esclusione di Chernobyl, un’area dentro un raggio di circa 30 chilometri dalla centrale nucleare.

Si tratta di una scoperta assolutamente eccezionale in un’area definita “mortale”, e certamente la prima cosa che mi viene in mente è come gli scienziati vogliano utilizzarla, se per comprendere come queste specie animali si siano potute  adattare ad un territorio devastato dal punto di vista ambientale.

Siamo giunti al The day after”.

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